70 ANNI – LA LUNGA STRADA DELLA LIBERAZIONE 1945 – 2015


Ad ogni anno che passa da quella primavera del 1945 la memoria collettiva perde un pezzo di storia, frammenti che vengono cancellati dall’amnesia di una politica che ha perso di vista le ragioni storiche della propria esistenza, ogni anno si cancellano con la gomma del revisionismo i tratti nitidi delle ragioni della resistenza, ogni anno un testimone che ci lascia porta con sé il proprio racconto senza che nessuno lo abbia raccolto per tramandarlo, ad ogni anno che passa si rispolvera un ventennio sciagurato che portò l’Italia alla catastrofe, ogni anno viene rivalutata una tragica dittatura guidata da un personaggio ridicolo che rivisto oggi sembra incarnare il modello comico dell’avanspettacolo italiano. Non c’è stata nessuna “statura morale” nel fascismo, chi lo ha combattuto portava in sé il seme della democrazia, della libertà e della giustizia sociale. Da quella primavera è nata la nostra storia e l’idea stessa di libertà, è nato il desiderio di uguaglianza e di giustizia espressi così esplicitamente nella nostra Costituzione.

Antifascismo è una parola che molti hanno dimenticato, anestetizzati da un fascismo moderno che mantiene i tratti caratteristici della dittatura con i propri riti e una ideologia totalitaria basata sul controllo degli individui, un fascismo intollerante mascherato da “buon senso”, un fascismo fatto di privilegi e impunità, un fascismo che ha accumulato immondizia sulla storia, che ha insozzato i valori della resistenza e della lotta di liberazione.

L’Arci Virgilio non vuole dimenticare, non vuole che il 25 aprile si riduca a un vuoto rito senza memoria, la lunga strada della liberazione è cosparsa di donne e uomini che sono morti per la nostra libertà, noi li vogliamo ricordare tutti.

Arci Virgilio

 

Destino bizzarro, quello dell’intellettuale organico (a qualsiasi progetto politico di trasformazione o di difesa dell’esistente): una volta scelto il proprio campo, è condannato a trarre tutte le conseguenze del caso, e a farlo in ogni aspetto della propria produzione. Se poi (ahilei/ahilui) si tratta di un artista, capita anche che possa entrare in un doloroso conflitto con le proprie necessità (estetico-espressive) più profonde.

Le vicende della nostra migliore intellettualità del secondo dopoguerra sono esemplari: personalità creative, originali, forti e poco inclini al compromesso, costrette a fare i conti con un’estetica “schierata” e ossessivamente attenta alla mitopoiesi rigenerativa della Resistenza.

Ne uscì un’estetica più funzionale al proselitismo delle coscienze che non all’esplorazione acuta di un sé magari non direttamente politico ma comunque fortemente sociale. Un’estetica necessariamente “realista”, diffidente verso la sperimentazione di nuovi linguaggi, i quali, tra l’altro, venivano in gran parte dagli Stati Uniti del “capitalismo reale”.

Se poi si parla di musica, la situazione diviene ben presto paradossale. Il manicheismo intransigente e a volte brutale dei commissari di partito stabiliva, negli anni Quaranta e Cinquanta, che la musica americana dovesse essere sostanzialmente bandita , o comunque ignorata. Lo stesso jazz venne lungamente lasciato all’ambito borghese (musica per avvocati!), se non direttamente al collateralismo democristiano. Lo stesso folk non italiano venne largamente misconosciuto, se non da coraggiosi ed illuminati agitatori culturali come Roberto Leydi, o relegato in qualche glossa di un’oscura antologia.

Pure nel campo classico finivano col prevalere le forme epiche e monumentali legate a vario titolo a quell’idealismo tedesco che Marx aveva finito con lo sdoganare a sinistra, forme spesso esteticamente inchiodate ad un eterno Ottocento dell’anima, pomposo e melodrammatico. Nessuno spazio per gli americani come John Cage. E poco anche per i linguaggi “troppo avanzati per il popolo”, quelli destrutturati dall’interno da una febbre atonale e dodecafonica considerata troppo “decadente”, esattamente come il borghese impressionismo francese. Solo i tedeschi Brecht e Weil sopravvivevano, sia pure a fatica e grazie anche ai coraggiosi milanesi del Piccolo di Milano, nel pantheon estetico della sinistra. La grande musica americana, fresca, acuta, novecentista, popolare ed anti-formalista rischiava dunque di arrivare prima a Sanremo che alle feste dell’Unità.

Furono gli ultimi anni Cinquanta e poi tutti gli anni Sessanta a ribaltare totalmente lo scenario generale. Gli anni della Beat Generation, della crisi di Cuba del ’62, della Neo Avanguardia, di Dylan, del Free-jazz, della nascita di una controcultura critica interna al mondo capitalista. Erano anche gli anni, non va dimenticato, del trapasso generazionale, almeno nel campo dell’arte. Si poteva finalmente contestare l’imperialismo americano con forme estetiche nuove e pienamente soddisfacenti: forme nate in America, dai campi di cotone ai Campus universitari, dai ghetti neri in rivolta dalle metropoli multietniche e multi linguistiche.

Nacque negli anni Sessanta, in Europa come in America, anche una nuova sinistra, dentro e fuori dai partiti tradizionali. L’unione Sovietica, lungi dall’essere il baluardo della pace, era quella torva e militarista del ’56 di Budapest e, proprio in quegli anni, del ’68 di Praga. E tutto questo mentre il Sessantotto studentesco usava in modo originale i nuovi linguaggi americani. Iniziò allora la grande storia d’amore della sinistra (PCI incluso, sia pur a bassa voce) con la cultura degli States.

La destra? Se in passato, per ovvie contiguità, era stata quella liberale ed illuminata a parlare di America, adesso la destra si manifestava nei modi reazionari del neo-fascismo (e, in seguito, in quelli antropologicamente regressivi del lepenismo nostrano). La “musica dei negri, degli omosessuali e dei drogati”, lì, non poteva essere compresa. E l’unica America gradita era quella reazionaria dei manganelli sugli studenti e dei colpi di stato.

Giorgio Signoretti